L’arrivo in Turchia

Questo ostello (Sinbad Hostel Hotel), come immaginavo, è una bettola, ma mi piace tantissimo. La camera è un quadratino ai cui lati ci sono tre letti a castello ma per fortuna, almeno per ora, la mancanza di spazio non si sente dato che siamo solo in due, io ed una ragazza coreana.
Abbiamo fatto un po’ di conversazione, poi lei si è messa a chattare con la madre, perché (a differenza mia) riesce a collegarsi ad Internet.
Io ci riproverò domani, ora non ho le forze di tentare ancora.
Ad un certo punto della conversazione mi ha chiesto se poteva chiedermi quanti anni avevo. Le ho risposto ventitré.
Lei mi ha detto di averne ventiquattro secondo i nostri conti, mentre in Corea ne ha ventisei. Le ho chiesto in che anno è nata e mi ha risposto nell’85. Io le ho detto di essere nata nell’87 e lei se ne è uscita dicendo che secondo i calcoli coreani io ho ventiquattro anni: ecco, sono confusa!
Non immaginavo ci fossero modi diversi di contare gli anni per gli esseri umani (sapevo solo che si contavano diversamente in altre specie animali) e il discorso non l’ho ben capito. Quando riuscirò a collegarmi farò qualche ricerca sugli anni coreani.
Oggi, atterrata ad Istanbul, nonostante alcune amiche mie (di poca fede) avessero scommesso che mi sarei persa dopo 10 minuti, sono riuscita a prendere una metro e un tram per arrivare in questo ostello e non ho sbagliato nulla (tiè!).
La prima cosa che mi ha mandato in sbattimento è stato capire come fare i biglietti. Non ci sono infatti quelli di carta come da noi, quelli che li timbri e valgono un’ora. Qui, per ogni corsa, bisogna superare un tornello e per sbloccarlo bisogna infilarci un gettone di plastica che va comprato alle macchinette automatiche.
Ogni gettone costa 1,50 YTL (nuove lire turche) e cioè 0,77 €. Credo ci siano anche dei sistemi di abbonamento, vedrò di scoprirli nei prossimi giorni.
Mentre camminavo con l’aria un po’ persa mi è capitato che diverse persone mi chiedessero se avessi bisogno di informazioni e coloro a cui ho domandato la strada mi hanno dato indicazioni molto gentilmente, anche se quasi nessuno sa dire più di tre parole in inglese.
All’uscita dall’aeroporto ci siamo dovuti disporre in tante file parallele per farci controllare il passaporto uno per uno e per farcelo timbrare.
Io ho il timbro dell’11 settembre 2010 e mi dovrò ricordare di uscire dal paese entro 90 giorni da questa data per rinnovare il visto turistico.
L’ufficiale che me lo ha timbrato mi ha detto “Buongiorno” e “Buona permanenza” in italiano. Sembrava contento fossi italiana.
Un signore che invece parlava bene inglese, appena scesa alla fermata del tram, mi ha dato il biglietto da visita del suo negozio di vestiti e mi ha accompagnata per un tratto in direzione dell’ostello. Mi ha detto che sembro turca e poi ha aggiunto che turchi e italiani si assomigliano molto.
Questo quartiere (Sultanhamet) anche se per ora non ho visto quasi nulla, sembra molto tranquillo. Oggi quando sono arrivata c’erano tantissime persone in giro e anche stasera che sono uscita un quarto d’ora, giusto per comprarmi un panino, c’erano tante persone, anche bambini che giocavano da soli.
A proposito di panino, mi son presa 3 hot dog e una bottiglietta di naturale e in tutto ho pagato 5,75 YTL (cioè 3 €): non mi sembrano niente male i prezzi.
A Zurigo, dove ho fatto scalo, mentre controllavano che non avessi bombe nello zaino, l’addetto alla sicurezza continuava a parlarmi in tedesco. E io continuavo a dirgli in inglese che non lo capivo e lui continuava con il tedesco guardandomi come fossi Bin Laden: mi ha un po’ innervosita. Dopo però ho conosciuto un ragazzo molto simpatico che andava a Tunisi e abbiamo parlato fin tanto che il suo aereo non è partito.
E’ stata una giornata piena anche se me la son goduta poco a causa del sonno che ho. Su entrambi gli aerei sono caduta in catalessi, ma non è bastato a riprendermi.
Ora credo proprio che andrò a dormire. Ricordatevi che qui sono un’ora avanti.
Notte!
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